delle castagne, de' biscottelli, de' melograni, de' triboli, delle pigne, delle carobe..
Delle castagne.
Lesse.
Pure in questo tempo abbiam noi le castagne, che questa nazione non ha, le quali, volendole mangiare, a diverse maniere si cuocono, se bene ancora crude se ne mangi; ma i più, cocendole, le arrostiscono, poste in una padella pertugiata sopra la vampa del fuoco, o sotto le calde ceneri, e con sale e con pepe le mangiamo; e invece del zucchero, che qui usano, noi usiamo il succo d'aranzi. E alcuni, anzi i più, in esse dan la predetta ventura, come s'è detto, e bevutovi un poco dietro, ognuno a dormire si va; et elle ricchieggono il vino nuovo dolce. Se ne cuocono poi in acqua sola, e queste chiamansi lesse, le quali vengono più da fanciulli e dalla bassa plebe, che dagli uomini civili e maturi, mangiate.
De' biscottelli.
Ne cuociamo ancora in ottimo vin bianco dolce, nel quale avendo alquanto bollite, di quel si tranno e si pongono a seccare al fumo; e così acconcie son fuori di modo buone, e chiamasi biscottelli, e per tutto l'anno si conservano. Se ne secca molta maggior quantità pure al fumo, senza cuocerle, poste sopra graticci; e poi, mondate, si conservano due anni e più; e le nostre donne di queste, quando vengono le rose, delle più grosse, che sono i maroni, [parte guardano] in ceste overo in casse con foglie di rose, ove divengano tenere e odorifere molto. Delle altre così secche, ma più picciole, ne fan farina e pane, ch'è molto dolce, ma anzi che non insipido. Questa farina si conserva molti anni, sì che per poco impetrisce, e perciò tutti i prencipi d'Italia ne fan nelle fortezze lor conserva grande per munizione da guerra; e di queste castagne a questa foggia seccate la povera gente ben si nutrisce, cocendone a diverse maniere, e prima in minestra, sole e in compagnia d'alcuni legumi, quali sono i fagiuoli. Altri, avendole fatte un poco in acqua assai calde stare, levano da quelle la seconda corteccia e poi ne fan diversi mangiari, cocendone nel fior di latte; e son molto buone; e n'empiano i capponi, le oche e i galli d'India che vogliano arrostire, con susine secche, uva passa e pane grattugiato. Migliaia de' nostri montanari di questo frutto si cibano in luogo di pane, il quale o non mai overo di rado veggono. Per la qual cosa, quando gli alberi producenti simigliante frutto ne producon poche, come alcuna volta aviene, quivi il frumento diviene carissimo e i popoli delle nostre montagne patiscono molto, perché, quando essi han dovizia di castagne e di latte, poco si curano di pane né di vino, e quivi si veggono uomini ben fatti e robusti, quantunque in vita loro non vedessero mai pane.
De' melagrani.
Abbiamo, di più di molte altre generazioni, i melagrani o pomi granati, che è ottimo frutto per diversi cibi, ma spezialmente per ristorare i febricitanti, spegnendo in loro l'ardente sete dalle cocenti febri generata; e de' suoi grani per cotal effetto se ne fa un vino oltre a modo gustevole e sano; et è molto vago all'occhio di chi lo miri.
De' triboli.
Nasce ne' canali d'acqua dolce non molto correnti (qual è la Brenta, che da Padova conduce i burchi de' viandanti a Vinezia) un'erba con foglie larghe e tonde, che fa un fior bianco simigliante al giglio, la quale dagli erbolai ninfea vien chiamata, che produce certi frutti, la cui corteccia è nera no, ma quale è quella della castagna; e alcuni sono triangolari e altri di quattro angoli, assai pungenti e duri, chiamati triboli, che si cuocono in acqua con sale; e alquanto del sapore della castagna ha, ma non così buono, anzi è mangiare più tosto d'animali bruti che di ragionevoli; e per esser l'erba che gli produce assai friggida, è da credere che i suoi frutti sieno ventosi e friggidi.
Delle pigne.
Di più, abbiamo le pigne, che sono i frutti de' pini domestici, nelle quali si stanno come in istanze ben secure i delicati pignuoli, ottimi a mangiar crudi senz'altro, opure col pane, e cotti ne' pieni de' polli; e son di buon nutrimento, multiplicando lo sperma all'uomo. Se ne fanno con zucchero i pigni cotti, e separatamente si cuopron di zucchero a guisa delle màndole, e sfogliate e tortelli rari si fanno
Delle carobe.
Nasce nel reame di Napoli una spezie d'alberi alti e grossi quanto le querce, portanti certi frutti chiamati carobe, le quali, quando altri le vedesse verdi e che non ne avesse mai prima vedute, sarebbero pigliati per baccelli di fava capodica, e secchi son lunghi quanto si sia il più lungo baccello, ma son piatti e non rotondi, come son que' della fava, e il color suo è simile a quello della castagna. Questo frutto è assai dolce quando è secco, ma molto più quando è verde, e nelle parti sue di dentro ha alcuni semi del medesimo colore molto duri. Viene per cibo molto stomachevole stimato; e riscaldato alquanto sopra cenere calda e dopo cena mangiato, consuma il catarro e fa mille altri buoni effetti.
Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l'erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangianodi Giacomo Castelvetro (1546-1616)