Il controllo della Chiesa sul cibo
La Chiesa come istituzione religiosa, culturale e politica, sin dall’inizio della sua storia ha dovuto fare i conti con l’alimentazione e con il controllo, o almeno la supervisione psicologica e sociale del cibo. Questa esigenza nasceva dalla necessità di differenziare la nuova cultura religiosa cristiana dal mondo pagano, così attento durante l’impero al fasto ed al lusso dei banchetti, ed anche da precise indicazioni contenute nel Vangelo, secondo le quali la preoccupazione del cibo corporeo era del tutto secondaria rispetto al nutrimento spirituale.
Il discorso sul cibo per il nutrimento del corpo iniziò a prevedere la prescrizione rituale di molti alimenti e la limitazione di altri, considerati pericolosi in quanto eccitanti ed inebrianti, soprattutto in concomitanza di feste religiose. La gola venne considerata, e lo è tuttora, uno dei sette peccati capitali, pertanto la riflessione sui prevedibili danni fisici e morali, provocati da una alimentazione poco regolata, iniziò a rientrare nei compiti specifici dei pastori che dovevano indirizzare verso l’ascesi e il dominio del corpo i fedeli e se stessi.
Per molti ordini monastici antichi, soprattutto per quelli di rito greco, vigeva assoluta la proibizione di mangiare la carne, mentre altri, soprattutto di rito latino, l’astinenza dalla carne doveva essere rispettata nei periodi di digiuno, nell’Avvento, nei venerdì e durante la Quaresima.