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Era l’inverno piu’ crudo del piu’ cupo medio evo; sulla rocca di Canossa, alta sull’Appennino fra Emilia e Toscana, protetta da un triplice giro di mura, cadeva fitta la neve, su quella neve, scalzo e rivestito di un saio, si era inginocchiato il 25 gennaio 1077 l’imperatore tedesco Enrico IV, a supplicare papa Gregorio VII, ospite della contessa Matilde, che gli revocasse la scomunica.
Un affare serio, la scomunica, per un imperatore medievale, che perdeva ogni autorita’ sui feudatari, ma Enrico, per meritarsela, l’aveva fatta grossa: in lite mortale col papa, che voleva riappropriarsi del diritto di nomina dei vescovi, usurpato per un secolo dai suoi antenati, aveva tentato il colpo di dichiararlo decaduto. Gregorio, forte della stima generale e dell’appoggio in armi della marchesa di Tosana, aveva reagito come sappiamo; a Enrico non restava altro che invocare perdono. E ora, nella bufera, soffriva come cristiano per la grave punizione, ma certo soffriva ancora di piu’ all’idea che da li’ a un mese lo aspettavano ad Augusta i Grandi del regno per spogliarlo di ogni potere.
Soffri’ per tre giorni, mentre il papa aspettava di esser certo che la pecorella smarrita fosse sincera; per Enrico, che gelava nella neve intercedevano Ugo di Cluny, Azzo d’Este, Amedeo di Savoia, Adelaide di Susa, il fior fiore della nobilta’ italiana, ma piu’ di tutti si adoperava Matilde, sua cugina e legata a lui dal ricordo degli anni dell’infanzia.
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